Intervista a Don Paolo Alliata

Quando la cultura e la letteratura si uniscono alla religione

Don Paolo, lei è rettore del Liceo Montini da quattro anni. Ci racconti brevemente com’è nata questa scuola e quale sia il suo carisma specifico, quel “fuoco” che la anima fin dalle origini.

Il Montini nasce nel 1977 da un’intuizione coraggiosa: don Carlo Calori e di un gruppo di genitori e docenti vollero creare una scuola cattolica, di qualità e aperta a tutti, nella periferia sud di Milano. Non si trattava solo di aprire un liceo, ma di fondare una comunità educante, una cooperativa – la Milano 15 – in cui genitori, insegnanti e studenti collaborassero “nello spirito di libertà e carità”. Il carisma si può sintetizzare in un’icona che usiamo spesso: un tavolo che poggia su tre gambe. La prima è essere scuola cattolica, cioè radicata nel modo che Gesù di Nazaret ha di vedere le cose, e aperta alla ricerca della verità, quale che sia il significato di questa espressione; la seconda è essere scuola popolare, cioè accessibile, attenta alle persone nella concretezza della loro vita, alle loro storie e alle loro possibilità; la terza è essere scuola di qualità, cioè esigente sul piano culturale e metodologico. Queste tre gambe si sostengono a vicenda. La fede sollecita la ragione e la rende più grata e lieta; l’apertura a tutti vuole valorizzare ciascuno; la qualità è un servizio che vuole accogliere, non selezionare. È un equilibrio dinamico, a volte faticoso, ma è la nostra identità e noi ci proviamo sempre di nuovo.

In che cosa il Montini può essere una realtà significativa per il territorio milanese oggi?

Milano è una città sempre molto ricca di opportunità, e quindi anche di disuguaglianze, di velocità e di solitudini. Il Montini vuole essere un presidio educativo che offra due elementi: una proposta chiara e una comunità accogliente. Chiara nel senso che affermiamo apertamente la nostra ispirazione cristiana: la proponiamo come una luce per leggere la realtà, per dare senso allo studio e gusto alla vita. Accogliente perché la scuola vuole essere un luogo di relazione sincera, dove gli studenti sono chiamati per nome, dove le famiglie sono coinvolte non come clienti ma come corresponsabili. Nel nostro contesto metropolitano spesso prevalgono l’anonimato e la frammentazione, noi cerchiamo di costruire legami. Lo facciamo attraverso la didattica, come anche con le esperienze di volontariato, con le attività di servizio all’orientamento, con le celebrazioni e le occasioni di meditazione, che coinvolgono studenti, genitori e docenti. Siamo un piccolo laboratorio di umanità integrale, che cerca di rispondere alla domanda di significato che tutti – giovani e adulti – portiamo dentro.

Passiamo agli studenti. In che cosa il Montini può essere d’aiuto a loro, dal punto di vista didattico ed educativo?

Partiamo da un principio ovvio: ogni studente è una storia unica. La didattica non può mai essere un trasferimento standardizzato di contenuti. Come ogni buona scuola, noi cerchiamo di partire dalla persona, dai suoi punti di forza e dai suoi aspetti di fragilità. Sul piano didattico, questo significa curare il metodo di studio, offrire percorsi personalizzati di recupero e di eccellenza, usare strumenti moderni senza perdere la relazione diretta. I nostri quadri orari, sia al Classico che al Linguistico, sono potenziati: più ore di lingua con madrelingua, più attenzione alle discipline caratterizzanti, progetti come i percorsi scuola-lavoro che collegano scuola e mondo esterno. Ma il terreno in cui tutto questo si radica è l’impegno educativo: cerchiamo di accompagnare i ragazzi in un cammino di crescita che tocca tutte le dimensioni. Proponiamo esperienze spirituali, momenti di ritiro, volontariato: non sono elementi accessori, sono occasioni che danno respiro alla vita e alle domande profonde. Vogliamo camminare accanto a persone capaci di pensare con la propria testa, di argomentare, di affrontare la complessità, ma anche di scegliere secondo prospettive di valore, di dialogare e spendersi per il bene comune.

Un aspetto molto particolare del Montini è il suo modello economico: non c’è una retta fissa, ma le famiglie contribuiscono liberamente (e segretamente) in base alle loro possibilità. Che valore ha oggi questo patto di corresponsabilità?

Questo è uno degli aspetti più belli e più radicali della nostra scuola. Non è un “prezzo calmierato” o una formula di sconto. È un patto di fiducia e di responsabilità. La famiglia non paga un servizio, ma partecipa alla vita e alla missione della scuola, in modo libero e consapevole. Questo cambia tutto: trasforma il rapporto da consumatore-fornitore ad alleanza educativa. Le famiglie sentono che la scuola è anche loro, e questo le spinge a impegnarsi, a condividere tempo, competenze e risorse. Dal punto di vista economico, è una sfida: richiede una grande trasparenza, una gestione oculata, una continua comunicazione. Ma è anche una profezia: dimostra che si può fare scuola di qualità senza mercificare l’educazione, che si può contare sulla generosità delle persone quando credono in un progetto. È cosa che vale anche per i docenti: diversi di loro hanno rinunciato alla possibilità della scuola statale per rimanere con noi, perché credono nel progetto e vogliono farne parte. In un’epoca in cui tutto ha un prezzo, noi proviamo a testimoniare che ci sono beni – come l’educazione – che nascono dalla libertà e dalla reciprocità.

Lei, don Paolo, ha un percorso personale di sacerdote e autore. Perché ha desiderato entrare in questa avventura come Rettore?

Sono sempre stato molto grato al mondo della scuola. La mia vocazione sacerdotale è maturata grazie alla formazione che ho ricevuto negli anni del Liceo. Sono stato insegnante di religione, ho collaborato con l’Ufficio catechistico, ho scritto per ragazzi. Quando mi è stato proposto di diventare rettore del Montini, ho visto convergere due passioni: quella per l’educazione e quella per la Parola di Dio. Qui non sono solo un amministratore o un coordinatore; sono un sacerdote in mezzo a una comunità che educa. Il mio servizio è quello di custodire e alimentare il carisma delle origini, di garantire che la scuola resti fedele alla sua vocazione cristiana, popolare e di qualità. Mi piace pensare al rettore come a un “custode del fuoco”: aiuto i docenti a non ridurre la loro disciplina a nozione, ma a interrogarsi sempre di nuovo sul perché insegnarla; accompagno i ragazzi a scoprire che la cultura non è un accumulo, ma una strada per incontrare la verità ed esplorare le profondità del cuore; cerco di sostenere le famiglie nel loro compito educativo, spesso faticoso. La mia piccola esperienza di scrittore e di divulgatore mi aiuta a tessere collegamenti tra la Bibbia, la letteratura, la vita quotidiana. Che è poi uno dei nostri obiettivi: mostrare che il Vangelo non è un mondo a parte, ma respira anche “di nascosto” nelle pagine dei grandi classici, nelle domande dei ragazzi e degli adulti, e nelle sfide del presente.

Guardando al futuro, quali sono le sfide più grandi che il Montini si trova ad affrontare?

La prima sfida è culturale: viviamo in un tempo di smarrimento dei fini, di disorientante frammentazione del sapere. La scuola è chiamata a offrire non solo competenze, ma un orizzonte di significato. Per noi essere cristiani significa avere il coraggio di proporre una visione integrale dell’uomo, che respiri di fede, ragione e sollecitazioni quotidiane. Non è sempre facile, soprattutto quando si scontra con mentalità diffuse o con la fatica di comunicare la bellezza della fede ai più giovani. La seconda sfida è sociale: Milano cambia velocemente, le famiglie sono sotto pressione, le disuguaglianze economiche e culturali pesano. Mantenere la nostra vocazione di scuola popolare, accessibile a tutti, richiede uno sforzo organizzativo ed economico non indifferente, direi anche crescente. La terza sfida è educativa in senso stretto: i ragazzi sono sempre più immersi nel digitale, hanno tempi di attenzione più brevi, a volte faticano a impegnarsi in percorsi lunghi e rigorosi. Siamo tutti impegnati a cercare il giusto equilibrio tra tradizione e innovazione, tra disciplina e creatività. Infine, c’è la sfida della comunità: il nostro modello si regge sulla partecipazione. Vogliamo e dobbiamo continuamente rigenerare la passione educativa tra genitori, docenti e studenti, perché non diventi routine o delega. Questo è molto sfidante.

Per concludere, qual è il suo sogno per il Montini dei prossimi anni?

Che possiamo essere sempre più un luogo dove si respiri la gioia di imparare. È attribuita a Chesterton quella splendida definizione della vita: “La vita è la più bella delle avventura, ma solo l’avventuriero se ne accorge”. Ecco, se sapessimo diventare sempre un po’ di più un contesto dove accompagnare i nostri ragazzi e ragazze a diventare avventurieri e avventuriere della vita, sarebbe la vera risposta all’intuizione originaria di don Carlo. Diventare noi stessi, e loro con noi, vivi per davvero.

Detto in altro modo, una scuola dove i ragazzi siano impegnati a scoprire sé stessi e il mondo, incontrando maestri appassionati, per stringere amicizie vere. Sogno che le famiglie trovino qui non un servizio, ma una sorta di comunità, dove sentirsi sostenute nel compito più importante e impegnativo: far fiorire i propri figli. E che il nostro esempio di cooperativa, di libera contribuzione, di corresponsabilità, possa essere un piccolo segno di speranza per il sistema scolastico italiano, mostrando che si può fare educazione di qualità con un’anima, senza cedere alla logica del mercato.

E sogno che i nostri studenti, uscendo dal liceo, portino con sé non solo una buona preparazione per l’università, ma quella “spina dorsale” di cui parlava don Calori: la capacità di impegnarsi, di scegliere il bene, di rendere il mondo migliore, con generosità e con amore profondo per i singoli. Perché, in fondo, è di questo che abbiamo bisogno: di donne e uomini liberi, competenti e con il cuore ampio dell’avventuriero.

5x1000 al Montini

La nostra scuola si sostiene grazie alla “libera contribuzione secondo coscienza” delle famiglie e al 5×1000 dell’Irpef, unico aiuto statale.
Vi invitiamo a destinare il vostro 5×1000 alla nostra cooperativa educativa, senza alcun costo per voi.

Questo contributo ci permette di supportare le famiglie meno abbienti e migliorare le risorse per una didattica attenta alla persona.

Grazie per il vostro sostegno.


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